Uno dei problemi più lamentati dagli appassionati di musica in Italia sono i prezzi dei biglietti per accedere a un evento live, specie se un festival: per ospitare le grandi star internazionali, i tagliandi diventano inaccessibili ai più giovani. Al primo problema se ne lega un altro, strettamente connesso: queste kermesse spesso si assomigliano perché le grandi celebrità straniere, appunto, trovano più conveniente trovare più ingaggi nella stessa nazione prima di proseguire con i propri tour. Per questo spesso i cartelloni di questi eventi sembrano fatti con la fotocopiatrice… Anche se si tratta di appuntamenti a centinaia di chilometri di distanza.
Il Mi Ami, a Milano, ha risolto con un colpo solo questi due nodi cruciali, organizzando dal 2005 un festival dedicato alla sola musica italiana, spesso di matrice indipendente. Questo significa che il calendario dei live in programma è completamente occupato da artisti tricolore, che spessissimo non trovano la giusta visibilità altrove. Questo contribuisce a mantenere i prezzi bassi, e a dare visibilità (fattore non secondario) a nuovi musicisti. In questo senso il Mi Ami è sia talent scout che portafortuna: nel corso degli anni ha contribuito in maniera fondamentale a lanciare realtà della musica di casa nostra che sono ormai riconosciute come importantissime. Fra questi Calcutta, Baby K, i Verdena, i Perturbazione, i Baustelle, Emis Killa o i Cani.
E siccome non di sola musica vive l’uomo, dobbiamo al Mi Ami anche la definitiva emersione di artisti non musicali come il disegnatore Zerocalcare, lo scrittore Paolo Nori o il fumettista Alessandro Baronciani. Il Mi Ami è un eccellente termometro per capire dove va la cultura giovanile e non solo in Italia: così tanto che un solo appuntamento non basta più, e dal 2018 è raddoppiato con Mi Ami Ora, la sua costola invernale.